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Rete L'ABUSO - Associazione sopravvissuti agli abusi sessuali del clero
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«Violentato a 11 anni in sagrestia stavo zitto, avevo paura di peccare»

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in Campania
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di Franca Giansoldati

Città del Vaticano Ricordare quei momenti non è un esercizio piacevole. È come piombare di nuovo in una gabbia buia che si pensava ormai demolita, distrutta. E invece quei ricordi quando affiorano, ogni volta, sono lampi che fanno male, sono pezzi di vetro nel cuore. Oggi G.S. ha 37 anni, è un uomo maturo, si è formato una famiglia, non abita più a Ponticelli e quando guarda i suoi figli pensa a subito al pericolo, alla gabbia buia, al rischio che qualcuno possa fare loro del male. «Mi si ferma il respiro ogni volta che penso al rischio che possono correre altri bambini».

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Se la sente di parlarne?
«Faccio fatica a tornare a quel periodo. Avevo 11 anni e a quell’ età si è davvero piccoli, cuccioli, incapaci di leggere tra le righe il male, e così ci si affida ai grandi pensando che siano loro i modelli ai quali ispirarsi. Don Silverio era il parroco di Ponticelli ed era conosciuto da tutti, era un mammasantissima, una persona tenuta in grande considerazione dalla comunità».

Come sono cominciati gli abusi?
«È stato un percorso progressivo. La mia famiglia si trasferì in quel quartiere e iniziai a frequentare la parrocchia, facevo il chierichetto, andavo a giocare a pallone e così conobbi quel sacerdote. Era il secondo sacerdote della parrocchia, l’ altro si chiamava don Ciro Cocuzza. Mi sono spesso chiesto se don Ciro abbia mai subodorato qualcosa vedendo che dalla casa di don Silverio spesso entravano e uscivano diversi ragazzini. L’ idea che mi sono fatto da adulto è che in fondo erano in tanti a sapere, o a sospettare ma si finiva per stare zitti perché quella era la cosa da fare. Ripeto, don Silverio era uno tenuto in grande considerazione dalla comunità».
Un percorso di fiducia graduale.
«Iniziò a portarmi con lui quando andava in giro con la sua macchina, una Fiat 126, per fare visite pastorali in zona. Mi ripeteva che ero il suo chierichetto di fiducia. Mi lodava e io mi sentivo importante, ero così fiero. E poi era generoso. Mi faceva regali che altrimenti non mi sarei potuto permettere. Mi fece trovare persino una bicicletta. Prendeva 20 mila lire dal portafoglio dicendomi che era un piccolo regalo per me. Sapeva conquistare la fiducia della gente. E anche la mia. Purtroppo. Don Silverio abitava con la madre ma aveva in uso un’ altra casa, una villa, in località Guindazzi, a borgo Trocchia. Quello fu un luogo che utilizzò spesso con me anche se le violenze iniziarono in sacrestia».

In sacrestia?
«Capitava che con mille scuse cercava di restare solo con me. Man mano che la amicizia si faceva più stretta, cercava progressivamente di trovare più tempo per stare solo anche con tante scuse. Per esempio mi diceva di raggiungerlo per studiare la funzione religiosa della domenica. Altre volte si proponeva di farmi fare i compiti e di seguirmi.
Fatto sta che un giorno mi ritrovai solo in sacrestia con lui e iniziò a toccarmi le gambe, poi le parti intime, dicendomi che era normale tra amici. Mi ricordo che ero come pietrificato: avevo paura, paura di commettere una cosa sbagliata, malvagia, di peccare ma lui mi rassicurava dicendomi che si trattava di amicizia e, dunque, di una cosa bella. Mi ripeteva che non era fare del male, che dovevo fidarmi. Le carezze diventarono ben presto qualcosa d’ altro fino alla penetrazione, a restare a letto con lui, nella villa che aveva in dotazione», Lei non ha confidato quello che succedeva ai genitori, ad un amico, ai fratelli?
«Mia mamma vedendo che passavo i pomeriggi con don Silverio era tranquilla. Pensava fosse una cosa positiva e io, del resto, non ho mai detto nulla. Non ho mai fatto trasparire alcun turbamento. A casa mi sforzavo di fare finta di nulla».

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Poi cosa successe?
«A 17 anni cominciai a non riuscire più a tenermi dentro questo rapporto malato, mi lacerava, ero soggiogato, manipolato, in balia di don Silverio.
Abbandonai la scuola e mi cercai un lavoro e fu la mia salvezza perché a un collega, un giorno, confidai l’ angoscia che mi divorava e non mi faceva più vivere sereno. Fu come sbriciolare un muro e quella sera stessa trovai la forza per mettermi davanti a mio padre e raccontargli tutto. Fu una sofferenza per lui, per tutti quanti».

Perché non siete andati subito a denunciarlo alla polizia?
«Se la immagina una denuncia del genere, negli anni Novanta, nel quartiere Ponticelli contro un parroco stimato e considerato da tutti? Un amico di mio padre che faceva il poliziotto ci suggerì a malincuore di lasciare perdere, perché avremmo avuto solo delle grane, e poi nessuno mi avrebbe creduto, ero solo un ragazzino, e sarei finito in una macchina del fango più grande di me, mi avrebbero tritato e denigrato, mi avrebbero fatto a pezzi. Ci fece capire che occorrevano anche i denari per un buon avvocato, che la questione si sarebbe protratta a lungo. A volte è facile dire facciamo giustizia. Il suo fu un consiglio di buon senso, sebbene davanti ad un reato pesante e ad un ragazzo violato era il primo a parlare con le lacrime agli occhi. Pochi anni dopo ci trasferimmo tutti e ce ne andammo. Fu una scelta saggia».

Perché esce allo scoperto ora a distanza di tanti anni?
«Anche se provengo da una famiglia cattolica da allora non sono più riuscito ad entrare in una chiesa.
Quando guardo mia figlia o gioco con i miei nipoti, avverto il bisogno che hanno di essere protetti, e immediatamente ripenso a quello che ho subito. Mi viene una grande rabbia. Una rabbia incontenibile. Ecco perché quando ho letto della storia di D.E., l’ altra vittima, mi si è mosso dentro qualcosa di ineludibile. Il bisogno di avere giustizia civile, anche se il reato penale è caduto in prescrizione. Mi resta un desiderio: che la Chiesa riprenda in mano le indagini canoniche per fare in modo che questo prete non possa mai più avvicinarsi a un bambino».

Il Messaggero 2-2-2018

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